Quiescenze e catastrofi

Sono viva di quiescenze e catastrofi. Ho vissuto nella libertà infinitesimale, arrogandomi diritti inalienabili. Scossa, spesso, e riversa di corpo esamine come mera puttana di strada. E sempre – come mera puttana di strada – di gioia pazza e bulimia di vita sono assuefatta. Dolori intrinseci mi hanno soggiogata, fardelli ingombranti, catastrofi di oblio. Nella lacrima ho trovato la perdizione, nell’abisso che attanaglia la ribellione. Scossa ma mai tumefatta, nelle notti assassine e violente la luce, nella letteratura una catarsi, nella musica assordante le risposte. Il sentiero ignoto ho percorso e nel labirinto trovai, ancora e ancora, la matassa da disbrigare. Non ero che anima in trappola, sulle rotaie le fughe baldanzose d’Europa, i cui giorni di vera libertà assaggiavo come un vino pregiato. La ragione sull’orlo di un precipizio, ma l’intelletto fiorente la cui carnalità si affacciava come a dire “ti macchi e ti macchierai ancora, perché tu sei fatta di questo: di battaglie e ribellioni, di pure trasgressioni dell’attimo che fugge.” Non più dettagli incessanti di prigionie a cui sottrarsi o ebbrezze fatiscenti, solo solitudine. E nella partenza che tace sul bisbiglio del conflitto, della libertà che si mesce alla trappola vana s’appresta a farneticare la verità del principio. Sola di una libertà che fa paura, sola nella strada che si dirama dopo il buio.

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