Le ONG, i complimenti che non fanno piacere, gli stereotipi e Catullo galeotto.

Ho rinunciato al lavoro con l’ONG per cui sogno di partire alla volta delle zone problematiche. Così per dimenticare mi sono fatta almeno una birra al giorno e già che c’ero uno Spritz. E poi pure un Prosecco. Mentre mi trastullo nella nullafacenza totale ripenso al mio discorso filantropico su Adama e Zalissa. Due spose bambine del Burkina Faso. E ripenso anche a quanto potrei fare per i diritti umani, i prigionieri di coscienza e via dicendo. E sempre mentre ci penso, nella moltitudine della quotidianità, ricevo mille avances da svariate persone. Mi dico “Accidenti sarà colpa di questi maledetti capelli biondi!” o del fisicaccio che mi faccio con Meta. Un’istruttrice di zumba. Anche se la mia personalità è tutta in un tubetto di tintura, un’amica giustamente mi ha fatto notare l’accostamento tra la bionda e la bionda scema, una parte ben recitata in cui cascano tutti. Ma proprio oggi, mentre mi accingevo a fare la solita corsetta pomeridiana, mi sono accorta di quanto fossi soggetta agli sguardi indiscreti. “Colpa della tuta!” mi sono detta. O semplicemente colpa dei capelli. Sta di fatto che ho corso sì, ma fino a casa per cambiarmi. Portare i capelli biondi al giorno d’oggi calza perfettamente lo stereotipo della donna oggetto. L’avevo già capito anni fa. Al primo colpo di testa platino. Solo che anni fa non avevo trent’anni e non ero così emancipata. E non avevo nemmeno le extension. Anni fa in testa avevo gli stessi grilli ma probabilmente ero un po’ meno donna e molto più teen. Sono ancora una teen in realtà ma apparentemente il mio corpo dice altro. Dice che ho trenta anni. E siccome lo dice, lo dicono anche gli altri. Così tra un testo di Properzio e uno di Catullo, penso a tutte le vicissitudini dei miei trenta anni. Soprattutto quelle dell’ultimo anno. Nell’ultimo anno ne ho viste di cotte e di crude in tutti gli ambiti della mia vita e mentre penso che il tutto sia stato molto carnascialesco e caotico da non permettermi di avere un briciolo di pace mentale, guardo i miei capelli. Soggetti ad un pizzico di vanità. E a loro attribuisco ogni responsabilità.

Tutte le bionde hanno qualche problema con la loro identità, altrimenti non si tingerebbero i capelli. La filmografia ce lo insegna. Ma quando mia sorella mi fa notare che Marilyn Monroe era la donna oggetto per antonomasia, io la chiamo Norma Jean. E le ricordo che era molto più che la personificazione della donna oggetto. Molto più che una semplice oca giuliva. Ma una persona complessa dalle mille sfaccettature.

Gli spiriti liberi sono biondi. La filmografia ci insegna anche questo. Soprattutto quelli fuggiaschi e portatori sani di guai. Ma sono così stanca di essere guardata per i miei capelli e altrettanto stanca di essere guardata per il mio aspetto fisico.

Adama e Zalissa mi ricordano che oltre la mera apparenza, in me vi è ancora un briciolo di passione per le cose in cui credo davvero. Che è meglio un testo di Catullo ad un’avances mal riuscita. Nonostante la mia verve sia imbastita di polemiche non accetto sconti da chi dice che la bellezza sia più importante dell’intelligenza. Anche se lo sconto in questione mi ha permesso di non pensare al diniego di Amnesty. Ma questa è tutta un’altra storia.

Sempre sogni capitolini.

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