Insostenibilmente leggera, dannatamente profonda

Sono femminista, i tabù non mi piacciono.Ieri parlavo con la madre di una mia amica e mi raccontava che quando era giovane viveva la sua bellezza come una virtù. Io negli ultimi tempi di virtù ne avevo preservate veramente poche e non so bene-come e perché- mi capitava da un po’, che uomini o donne che fossero, si spogliassero delle loro vesti di fronte ai miei occhi di pietra (sebbene non avessi la benché minima attrazione per l’universo femminile). La mia bellezza non era cambiata negli anni. Il mio volto e il mio sorriso erano identici. Trasmigravano solo le pettinature. Il trascorrere del tempo non aveva mai annientato il mio rapporto conflittuale con il cibo e un osservatore attento avrebbe potuto constatare che il mio corpo era sempre lo stesso. Solo che su quello stesso corpo si susseguivano dei cambiamenti rapidi che lo facevano apparire diverso di volta in volta. Certi giorni la riluttanza nei confronti del cibo si impossessava di me. In altri il frigo era una vera ancora. Nei giorni in cui la riluttanza vinceva riuscivo a disseppellire dall’armadio i miei outfit migliori. Quando, invece, il frigo era un’ancora mi arrabbiavo con me. Quello che non capivo però, essendo sempre la stessa, era ciò che suscitasse negli altri un tal e irragionevole desiderio. E così li scrutavo con indifferenza, ponendomi molte domande successivamente. Io che ero una femminista, vivevo la sessualità con emancipazione e senza ipocrisia. Ma ero allo stesso tempo una dannata lunatica. E quindi alle volte tutto ciò che riguardava la sessualità mi lasciava indifferente. Per cui a fronte di quelle tentazioni restavo impassibile. Però mi crogiolavo in un’astiosa domanda: cosa poteva accendere negli altri questo desiderio? Il mio dannato atteggiamento? O la bellezza? Due settimane fa, mentre mi perdevo nelle oziose colline della Ciociaria, mi ero imbattuta nel medico di base della mia famiglia. Una dottoressa. “Non ti avevo mai incontrata prima, Selene. Sei bellissima” fu quello che disse. Io ero contenta, naturalmente, di ricevere un tal apprezzamento poiché in me vi abitava l’ostinata convinzione che le donne siano perennemente in competizione. Però la bellezza non poteva essere la risposta alla mia astiosa domanda. C’era nei miei giorni migliori, in verità, un’ebbrezza,una giocosità. Un ubriacamento tale da rompere tutte le righe mentre la dolcezza e la gentilezza soffici come un manto di neve accoglievano le persone come un porto sicuro. E così gli altri si facevano trascinare. Una fermezza nei propri obiettivi e nelle proprie posizioni entrava,invece, in contrasto con tutto il resto. Questo mi rendeva una sorta di Tequila Bum Bum. Mia sorella m’accusava, allora, di ipocrisia. Diceva che usavo il mio sorriso per ammaliare, incantare. Non era così. Io ero solo una cazzo di lunatica, in balia dei suoi umori. Né più, né meno e con le stesse fasi vivevo la mia vita, intessevo rapporti sociali, costruivo delle relazioni.

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