Disturbo bipolare: i numeri allarmanti della disabilità cronica, la logica dell’alienazione, l’abuso farmaceutico

Cinema, star, musica e serie tv: un connubio senza fine teso a sdoganare un tabù. Quello della malattia mentale e del disturbo bipolare. Che sembra ormai la patologia del secolo. Una pigra moda che annebbia le menti delle persone creative o almeno questo è quello che sembrerebbe. Recentemente Lady Gaga ha dichiarato di assumere un antipsicotico, Demi Lovato e Selena Gomez hanno fatto coming out, Kanye West in preda ad una fase maniacale si è candidato alla Casa Bianca. Quello che Homeland e Spinning out ,quello che la musica ci racconta è un apparente velo di Maya teso a mascherare circostanze ed evenienze. Accanto ad un 12% di personalità di spicco che sfruttano la loro arguta creatività per arrivare al successo, c’è una popolazione silente e sommersa che vive nella disabilità cronica. E’ quell’88% di “malati mentali” o almeno questo è ciò che si dice di loro. Tale fetta di popolazione vive ai margini della società con una mera etichetta: quella della follia. E i numeri sono allarmanti. Secondo le statistiche dell’NIMH (National Institute of Mental Health) il disturbo bipolare interessa l’1% della popolazione. In Italia oltre 3 milioni di persone sono affette da questa patologia. Quello che spaventa è la consapevolezza che la disabilità cronica, sia frutto della psichiatria post Basaglia. Correva l’anno 1978 quando Basaglia poneva i sigilli agli istituti totalizzanti, i manicomi , dando luogo ad un’evoluzione che sfociò successivamente negli S.P.D.C, i servizi psichiatrici di diagnosi e cura, le comunità terapeutiche, le cliniche e i centri diurni. Eppure a fronte di quel 12 % che vive di successo, c’è ancora un prodotto post industriale frutto di una lobotomia chimica, castrato chimicamente e con evidenti disabilità fisiche. Un connubio chimico che ottunde i sensi e che porta la persona ad essere alienata, emarginata. L’inetto sveviano si materializza nella società contemporanea, una società che lo ingloba e poi lo annienta. Con il tenero sussidio dell’invalidità, con la legge 104, con le categorie protette. Eppure, quella disabilità è proprio il frutto del sistema. Un sistema marcio a prescindere, che vuole curare, vuole riorganizzare e destrutturare la mente. Creare un oblio, un’abiura, anche se in Italia pratiche come l’elettroshock sono in disuso, favorisce il diretto consumo di psicofarmaci in una spirale senza fine. E di conseguenza incrementa i profitti delle lobbies farmaceutiche. La ricerca che non avanza porta la psichiatria ad utilizzare farmaci antiquati, inventati più di 50 anni fa e quando avanza, la stessa disciplina prende sottogamba l’idea di un consumo reticente o pressoché evanescente. Perché la verità è che nell’ottica post Basaglia un antidepressivo non basta, un antipsicotico non basta, uno stabilizzatore non basta. La verità è il mix farmaceutico che risiede nelle persone affette da una disabilità cronica: questo è il senso stesso della disabilità cronica. Nello specifico, si annovera tra la sintomatologia delle persone che percepiscono un sussidio: declino cognitivo, obesità, diabete, problemi cardiocircolatori, renali, muscolari e via dicendo. L’annichilimento totale dell’individuo. L’annichilimento non è una scelta, ma un plagio quando non si hanno le risorse per combattere il ruolo sociale che la psichiatria impone ai malati cronici. Esistono farmaci blasonati, invece, che sono dei piccoli miracoli e a fronte di questa elisir la psichiatria tace. Essi non vengono prescritti e ghettizzati poiché giudicati non idonei. Ovviamente non idonei a destituire la persona da quel circolo vizioso che si innesca in cui, un disordine diventa una malattia cronica. E ivi non è il caso, è proprio il caso di dirlo, del tanto decantato litio.

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