Vite ai margini, vite da artisti

Il 18 giugno 2019, in un afoso pomeriggio, mi sono persa -di ritorno da una sessione di studio all’università, mentre il Sole batte imperterrito sul volto degli astanti-tra i libri polverosi e ingialliti di una di quelle bancarelle bohémien che solo i figli della rivoluzione guardano con fascino e bieca nostalgia. Do uno sguardo ai titoli, alle fotografie dei divi antesignani -la Magnani, Marilyn, la Falchi, Mastroianni- ai fumetti per gli irriducibili. Spicca Musil, spiccano vecchi tomi di concezioni sociologiche di weberiana memoria ma del motivo del mio smarrimento letterario non c’è traccia. Di Kerouak e il suo “On the road” neanche l’ombra. Di Dostoevskij e le sue “Memorie del sottosuolo” nemmeno. E’ a questo punto che incontro Jack. Jack è il nome che ho scelto per lui. Jack ha un’aria intorno a sé intrisa di sogni, di romanticismo. E’ malconcio a causa della vita. Quella barba radunata con precisione simmetrica all’altezza del mento, quel maglione nero sfilacciato dal tempo, quel brillantino nel lobo destro, lo sguardo penetrante e scuro come la pece, un basco sulla testa, i capelli raccolti in un ciuffo, le guance vasodilatate a causa dell’alcool. Jack è un artista che vive ai margini, è un viandante, uno che ha scelto l’evasione dalla nostra società canonica e che ha molte paternali da offrire a chi lo sta a sentire,soprattutto molte astrazioni filosofiche.Emerge con un tono perentorio nei confronti della società moderna, persa dentro il nichilismo o la lobotomia dell’involuzione sociale. Con fare profetico si accinge a parlare, poi, degli scrittori che lo hanno ispirato e tra tutti s’innalza Bukowski. “Sono come lui. Mi amano e mi odiano” dice “ma sono semplicemente questo.” Guidato dalla mia impellente curiosità nei suoi confronti, mi racconta la trama della sua vita: “Facevo l’artista e i pentastellati, appena salirono al potere, mi promisero delle sovvenzioni. Pensa un po’, venivano da tutta l’Europa per assistere ai miei spettacoli. La verità, però, è che sgomberarono il nostro campo, ci cacciarono via. Così ho viaggiato. Ho viaggiato tanto per dare un senso alla mia esistenza.Ho vissuto nelle più grandi capitali del mondo ma il mio cuore è rimasto in Africa. Perché quando vedi la fame che aleggia in quei posti ti arrabbi se pensi al lusso sfrenato in cui i ragazzi di oggi sguazzano.” Improvvisamente tira fuori dal retro una copia di “Memorie del sottosuolo” e con un luccichio negli occhi inizia ad illustrarmi le meraviglie di quella edizione. Ma ,permeata di imbarazzo, gli comunico francamente che ho speso quei soldi per il pranzo. Allora lui che tra i libri ci vive, che tra i libri sogna e rassegnato da quell’esistenza di stenti dice:”Siamo alla morte dell’editoria, sai…” Ed io, avvalendo la sua tesi con un sospiro lungo una vita, gli racconto le mie inenarrabili vicende per emergere come scrittrice. Ma Jack, con quel vecchio maglione e quell’aria da jazzista di altri tempi, quell’aria da esponente della Beat Generation, ci crede ancora nei suoi sogni anche se è guardingo nei confronti dell’editoria odierna. “Dovevo nascere durante i moti del 68!” proferisco , nel pieno della nostra conversazione e poi continuo “Non mi interessa affatto se la situazione odierna è questa. Preferisco vivere come te piuttosto che rinunciare alle mie aspirazioni.” “Ehi” dichiara solennemente mentre mi accingo ad andare via “ma lo sai che tu sei già sulla buona strada…!”

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