Una prostituta si racconta

E’ il mestiere più antico del mondo: offrire prestazioni sessuali in cambio di denaro. L’arte di guadagnare sfruttando il proprio corpo.

La prostituzione, termine che significa “porre davanti” in riferimento alla persona messa in vendita come merce, affonda le sue radici nelle civiltà più remote della storia e aveva in origine un carattere sacrale. Le donne si offrivano infatti per le divinità come accadeva in Babilonia. Mentre nella cultura romana laprostituzione era regolamentata ed esercitata nei lupanari, in Grecia veniva praticata anche dagli uomini e le prostitute erano donne prestigiose che pagavano le tasse. Anche durante il Medioevo fu un’attività molto diffusa tra coloro che tentavano di ammaliare gli aristocratici per beneficiare delle loro ricchezze.

Oggi l’esercizio della prostituzione resta un fenomeno variegato: Paese che vai usanze che trovi. Se in alcuni Stati è legale ed esistono i cosiddetti quartieri a luci rosse in altri è punito perfino con la pena di morte. Come tutti sappiamo, in Italia la legge Merlin ha introdotto il reato di sfruttamento della prostituzione e sancito la chiusura delle case di tolleranza. Ma ciò non è stato sufficiente a debellare il fenomeno: si conta che oggi le prostitute in Italia siano circa 70 000. Basta fare un giro nelle strade cittadine e periferiche durante le ore notturne per rendersene conto. Si incrociano sul proprio cammino una moltitudine di donne che offrono se stesse come merce da esposizione nella vetrina di un negozio. Sono donne di ogni genere, trans, minorenni, straniere. Sembrano bambine, hanno il volto e le fattezze di tante bambole di porcellana ma con la loro sensualità sanno dare vita ai pensieri più reconditi di ogni uomo. Schiave del sesso, alla mercé degli altri. Se ne incontra una ogni cinque metri e tutte si avvicinano allo stesso standard: quello di mettere in mostra la mercanzia per attirare e ammaliare quante più persone possibili. Minigonne dallo spacco vertiginoso, lunghe quel tanto che basta a coprire l’essenziale, tacchi da capogiro e décolleté in primo piano. Belle e spregiudicate.

E’ una notte di inizio estate quando incontriamo Elisa, che insieme alle sue coetanee è costretta a prostituirsi per vivere. E’ già in compagnia, qualcuno si è fermato, ma la nostra presenza lo infastidisce. Rimette in moto la macchina e se ne va. Elisa è una ragazza di ventisei anni. Ha un fisico prorompente. Sembra una pin-up. Lunghi capelli neri le incorniciano il viso. La sua storia è simile a quella di molte altre donne finite per strada. Un marito violento, un figlio sulle spalle. La storia di una ragazza che emigra dal suo Paese per la promessa di un posto di lavoro ma non tutte le fiabe hanno un lieto fine e lei si trova a fare i conti con la dura realtà.

A differenza di tante altre però, non ha paura di rompere il silenzio e raccontare la sua storia. Mi guarda dritta negli occhi e comincia a parlare con grande fierezza. Come se questo lavoro non avesse intaccato la sua dignità di donna.

S:Come ti chiami?

E:“Preferisco non dire il mio nome.”

S:Quanti anni hai?

E:“26 anni.”

S:Da dove vieni?

E:“Dalla Romania.”

S:Quanto guadagni facendo questo lavoro?

E:“Dipende. Puoi andare a casa pure con trenta euro.”

S:Soltanto con trenta euro a sera?

E:“Dipende, puoi andare a casa anche con duecento.”

S:Quindi tu sei venuta in Italia e hai cominciato a lavorare in strada?

E::“No, no. Avevo un altro lavoro.”

S:Ti va allora di raccontarmi la tua storia?

E:“Adesso?”

S:Così al volo!

E:“Io sono stata sposata. Avevo un marito che mi trattava male. Ho un figlio di sei anni. Non ho famiglia, non ho casa, non ho nessuno. I miei genitori sono morti. Quindi sono rimasta da sola.”

S:Sei rimasta anche senza soldi quindi?

E:“Si. Sono venuta qui in Italia per un contratto di lavoro.”

S:Ti hanno detto che ti avrebbero fatto un contratto di lavoro?

E:“No, avevo un contratto di lavoro. Ho lavorato in campagna.”

S:”Avevi il contratto di lavoro e poi cosa è successo?”

E:“Sì, sì ho lavorato e dopo tre mesi sono stata male, sono svenuta. Sono andata a lavorare in un ristorante. Ma non avevo residenza.”

S:Quindi tu adesso non hai i documenti per soggiornare in Italia?

E:“Io, sì. Ho tutto. Mi sono fatta dare la residenza, ho fatto i documenti. E poi da un anno sto senza lavoro. Non trovo niente. Ho un figlio, non ho una casa, non ho niente. Come faccio?”

S:Quindi i soldi che guadagni ti servono per mantenere tuo figlio?

E:“Si, mantenere mio figlio, mi mantengo anche io. Come fai? Devi pagare l’affitto, mangiare, pagare le spese.”

S:Ma tu hai qualcuno a cui rendere conto?

E:“Sto per conto mio.”

S:Sei indipendente quindi? E’ un lavoro che fai di tua spontanea volontà?

E:“Ho deciso di farlo liberamente.”

S:”Tuo marito ne è al corrente?”

E:“Noi siamo divorziati da tre anni. Io non so niente di lui e lui non sa niente di me. Non mi importa niente. Non lo sento e ognuno sta per conto suo.”

S:”Tuo marito ti maltrattava però, ti metteva le mani addosso?”

E:“Sì. Spesso.”

S:”E adesso non hai paura di incontrare un uomo violento?”

E:“No, perché sto bene.”

S:”Non hai paura che qualcuno possa farti del male?”

E:“Paura c’è. Allora vedo la persona com’è e non vado. Ho paura che mi sento male se continuo a fare questo lavoro però purtroppo non c’è niente. Sono stata un anno a Firenze. Poi a Bari. Da Bari sono venuta a Roma. Al ristorante. Poi sono andata in un agriturismo. Pure là è stato solo un lavoro estivo. E’ finito. Non ho trovato niente. Nemmeno in una ditta di pulizie. Temo per la mia incolumità. Ho visto anche cosa è successo a Firenze per quella ragazza là. Ho paura. Abbiamo paura tutti. Qua hanno rubato. Sono successe tante cose brutte. Però grazie a Dio a me non è successo mai niente. Lo faccio per me e mio figlio.”

S:”Come stai vivendo questa situazione?”

E:“Vado a casa con il taxi. Da sola. Non porto nessuno. Di giorno sono libera e sono una ragazza normale.”

S:”Adesso se ti capitasse l’occasione faresti qualcos’altro?”

E:“Speriamo che capiti qualcos’altro.”

S:”Cosa significa per una donna concedersi a tanti uomini diversi?

E:“Non vado sempre con tutti. Massimo vado con due o tre uomini.”

S:”Puoi incontrare degli uomini che ti chiedono di fare sesso senza precauzioni?”

E:“Non vado. Non sono disposta a fare tutto. Pure se mi danno mille euro non vado. Mi chiamo Elisa comunque. Elisa.”

L’intervista si conclude sul più bello. A Elisa comincia a squillare il telefono e questo ci lascia perplesse rispetto ad alcune cose che ci ha detto. Allora congediamo la ragazza, lasciandola in pace.

La sua storia ci fa riflettere ed è l’esempio lampante del livello di degradazione che ha raggiunto la società odierna. Al giorno d’oggi una donna, per mantenersi è costretta a vendere se stessa o a diventare una schiava. Questa è un’intervista che nasce proprio dalla voglia di raccontare cosa si nasconde dietro la scelta estrema della prostituzione perché nella stragrande maggioranza dei casi non è mai una scelta, bensì una condizione dettata dalle circostanze. Ma soprattutto è un’intervista che mira a svegliare le coscienze, a far capire che le prostitute non sono solo oggetti sessuali o involucri vuoti da usare e gettare a proprio piacimento ma persone che celano emozioni e sentimenti e vanno rispettate come tali. Dietro le loro vite si nasconde una profonda sofferenza, un passato torbido, le accomunano vicende simili. Capirlo significa cominciare a estirpare il marcio dalla società, abbattendo stereotipi e luoghi comuni e questo è solo il primo passo per un grande cambiamento. 

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